Intervista a Fabio Mussi (Il Manifesto sabato 12 giugno)

 «Il despota non è illuminato» Dal ddl sulle intercettazioni agli attacchi alla Costituzione «Stiamo andando dritti verso l’autocrazia»

lunedì 14 giugno 2010   |   Iaia Vantaggiato   |

George Orwell e Thomas Adorno, Antonio Gramsci e Piero Gobetti. Ma di che parla Fabio Mussi? Sembrerà strano ma parla dell’oggi. Di intercettazioni e di sinistra, di possibili slittamenti autocratici e di Berlusconi, di una Costituzione sotto tiro e di una democrazia che rischia di «evolversi» nel suo contrario.

Ddl intercettazioni. Mussi, partiamo da qui. E’ preoccupato?

Sì, anche se mi sconcerta il fatto che la giornata di blackout sia stata indetta per il 9 luglio. Bisognava muoversi prima, oggi per esempio.
Sì, ma il 9 luglio è vicino e il livello di indignazione resta alto.
Sono ferri da battere caldissimi anche perché se non li batti tu, ti battono loro. Una parte dell’opinione pubblica ha capito subito il senso dell’operazione berlusconiana e il suo stato d’allarme va tenuto alto. Ma non basta.
Perché?
Perché c’è un’altra parte di opinione pubblica che è ancora narcotizzata ed è li che bisogna sollecitare un nuovo senso critico.
Che intende per nuova «operazione berlusconiana»?
Credo che questa legge costituisca un significativo slittamento verso l’autocrazia. Uno dei tanti passi – come l’assalto alla Costituzione – che consentiranno a Berlusconi di uscire dall’«inferno della democrazia».
Però Berlusconi ha ragione. Per gli autocrati la democrazia è un inferno.
Certo. Tre poteri separati e reciprocamente bilanciati e controllati, un parlamento che fa le leggi, una corte costituzionale che se vuole te le boccia, il controllo della magistratura o quell’«enorme» potere – il diritto di critica – di cui è depositaria l’informazione. Per un autocrate sono tutti gironi infernali, anche perché rompono l’armonia del carisma.
L’armonia del carisma?
I regimi armonici sono quelli dittatoriali. La democrazia per sua natura è disarmonica, conflittuale, ricca di contrasti, lotte e condizionamenti.
Mussi, mi sta dicendo che in democrazia è impensabile un «partito dell’amore»?
Il partito dell’amore – il «regime dell’amore» – è tipico delle dittature. Orwell l’aveva capito benissimo. Si ricorda che il ministero più sanguinario di quel governo era proprio quello dell’amore? Invece la democrazia ti impiccia, ti costringe a fare i conti con altri poteri. Che non sono i «tuoi».
Autocrazia, dispotismo…? In fondo stiamo parlando di Berlusconi.
Pensiamo all’Italia deglia anni Venti, a una dittatura che si è imposta senza tanti slittamenti progressivi ma a forza di colpi secchi: scioglimento di sindacati e partiti, leggi razziali.
Colpi secchi appunti. Ora non è così. Berlusconi procede per piccoli passi. Mica è detto che gli riesca.
Per capire come si possa scivolare da un regime democratico a un altro, io consiglio sempre la lettura di un libriccino di William Sheridan Allen titolato «Come si diventa nazisti». E’ la storia di una piccola comunità operaia tedesca che in pochi anni da capitale rossa diventa capitale nazista.
Arcore non è una capitale rossa.
No, ma io credo che di fronte a noi ci sia un uomo che intende compiere tutti i passi possibili verso una riduzione di democrazia. E penso anche che parte delle attuali opposizioni abbiano sbagliato a tendergli la mano pensando che in fondo questo Berlusconi è uno come gli altri, una destra normale.
Torniamo ai passi pregressi.
Il primo è quello sull’opinione pubblica. C’è un bellissimo pezzo del dopoguerra di uno dei miei maestri – Theodor Wiesengrund Adorno – che gioca sul doppio significato della parola tedesca offentlichkeit, una parola che vuol dire al tempo stesso pubblicità nel senso «istituzional-giuridico-filosofico» – la cosa pubblica insomma – ma anche la pubblicità in senso commerciale.
Thomas Adorno e Berlusconi?
Nella società di massa dominata dalla merce, la offentlichkeit intesa come come spirito pubblico vira nell’altro senso che è quello della pubblicità. Berlusconi ha operato esattamente questa virata. La comunicazione pubblica e la «sua» comunicazione di leader sono entrambe di tipo pubblicitario e tendono a coincidere. E questo è uno dei presupposti del secco impoverimento della democrazia. Che va insieme alla riduzione del parlamento come scatola sonora, agli attacchi alla magistratura, alll’apertura continua di conflitti con gli altri poteri.
E la sinistra non se ne è accorta?
L’abdicazione culturale della sinistra le ha impedito di vedere e di riprendere tutto quello che il ’900 ci ha consegnato.
Compreso Gramsci. Veltroni la invita a un seminario sui fratelli Rosselli e lei decide di non partecipare perché Gramsci non c’è.
Non mi piacciono le operazioni di «memoria-gruviera». Una parte della ricostruzione che la sinistra oggi deve fare è quella di riprendere il filo di memorie e di continuità con la storia precedente. Gobetti, Rosselli, Calamandrei, figurati. Ma se non ci metti Gramsci di questa storia non capisci più nulla. La sinistra non può essere rimossa né dalla memoria né dal quadro politico nuovo che si deve costruire.

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