Caro nipote

Caro nipote,

ho pubblicato la foto di mia madre, tua bisnonna, per ricordarla e ho avuto la conferma di quanta gente le ha voluto bene.

Una persona dolce e combattiva, paziente, comprensiva cui ho voluto bene.

In questi giorni cupi del Corona Virus, ho ripreso in mano un libro “Le donne raccontano: guerra e vita quotidiana. Ancona 1940-1945” quaderni dell’Istituto Gramsci che contiene, tra le tante testimonianze, anche quella di mia madre Rinalda e di mia zia Adriana. Storie che vale la pena ricordare.

Queste pagine mi hanno portato alla mente tanti ricordi di lei e ora ho voglia di scrivere, perché tu la devi conoscere e anche se ti sto raccontando singoli episodi e la memoria non sarà completa sarà comunque sufficiente per farla rivivere ancora un momento.

Mia madre è stata importante per la nostra famiglia: Rinalda Ciasca di Ciasca e Parmiani.

Di mio padre Raffaele, tuo bisnonno, potrai leggere attraverso diversi libri che lo raccontano e/o lo citano, anche se alcuni giudizi che lo riguardano non sono generosi, ma ricalcano accuse infondate, frutto di una lotta politica meschina, che hanno segnato la vita di tutta la nostra famiglia.

Purtroppo né la storia, né gli uomini hanno fatto il conto con quel periodo, si è preferito chiudere una ferita, anche perché avrebbero dovuto loro stessi pagare un conto alto e ridare a Raffaele, o Raffa (nome usato in clandestinità), quel posto nella storia che gli aspettava e che si era guadagnato con sacrifici, sofferenze, carcere, confino e soprattutto miseria, per lui e la sua famiglia.

Mia madre, Rinalda era figlia di una famiglia molto numerosa. Sua mamma, Maria Parmiani, sapeva leggere e scrivere: era, all’epoca, un lusso riservato a pochi, ancor meno alle donne.  Questo gli restituiva una forza morale che l’aiutò nella vita. Era originaria di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, una romagnola che seppe affrontare il dottor Badaracco, proprietario dei Cantieri Navali di Ancona, minacciandolo con uno zoccolo se non avesse ripreso a lavorare il marito (cose che accadde anche se per poco). Il marito era un uomo grande, ma buono, tanto che nell’ambiente di lavoro – aiuto scaricatore al porto – lo chiavano “zuccherò”, soprannome che prese in particolare uno dei suoi figli, ma che di fatto rimase attaccato a tutta la famiglia.

Mia madre si chiamava Rinalda anzi, per essere preciso, il suo nome all’anagrafe era stato scritto “Rinalde”, unione dei nomi di due sue sorelle decedute in tenerissima età, Rina e Aldina, nata il 24 febbraio 1913. Sin dalle elementari risulterà Rinalda, così sarà riportato anche  nei registri ufficiali, io l’ho scoperto per caso per aver richiesto un certificato storico di nascita.

Aveva due fratelli e due sorelle, famiglia numerosa di cinque figli (che ho conosciuto)  che rispettavano Rinalda per la sua forza, la sua umanità, la generosità e il suo essere sempre pronta ad aiutare tutti, soprattutto la famiglia.

Lei, mia madre, pagherà il prezzo  maggiore delle scelte di mio padre,  e affronterà tutte le conseguenze con forza d’animo straordinaria e con una fierezza, che sbalordì autorità, compagni, amici e soprattutto  falsi amici.

Sapeva leggere e scrivere ma gli rimaneva difficile la geometria che invece le serviva per fare i disegni a rombo sulle coperte imbottite, lavoro che aiutò tutta la famiglia a vivere dignitosamente. Per questi disegni chiedeva consiglio ai suoi figli e molte volte ad Albertina e a sua figlia Marcella, vicine di casa, donne straordinarie come tutta la famiglia Balestra, cucivano in casa anche loro. Insieme tiravano delle linee fatte con i fili, ripassate con del gesso leggero che poi lei seguiva infilando l’ago con tratti minuscoli. Con l’ago infilato di un colore che lei riteneva  di giusta intonazione con la stoffa, faceva emergere la parte  del disegno disegnato sulla stoffa e particolare cura metteva nell’individuare il cordone di raso. Poi, di ricamo in ricamo, con l’ago che scivolava da sopra a sotto e viceversa, la stoffa imbottita dalla lana diventava una coperta preziosa sotto i suoi occhi verdi, sempre più stanchi. Era molto premurosa nel maneggiare la stoffa, a volte di raso pregiato. Il lavoro in casa era un sistema per aiutare la famiglia, molto in uso nella classe operaia. La sorella di mio padre, Nella, si era specializzata nel fare i materassi.  Anch’io ho “scartozzato” la lana con una macchina particolare, che si muoveva come un’altalena con dei chiodi che scorrevano vicini e ridavano vita al materiale, lana o crine. Il macchinario era imprestato o affittato dal rivenditore della stoffa, “ Zannini” che aveva un negozio al Piano San Lazzaro ad Ancona.

Al tempo ordinare  una coperta imbottita o un materasso era un investimento importante per le famiglie proletarie. Lo si faceva  prevalentemente per chi si sposava; una sola volta o al massimo due in una vita intera. Si  riusava la lana o il crine nei materassi.

La povertà era totalizzante durante il regime fascista e nell’Ancona del porto e del duomo era una situazione generalizzata, anche per chi lavorava al Cantiere navale, facchino al porto o  scaricatore  o pescatore. Non  si viveva nell’agiatezza, si viveva a stento una vita poco dignitosa.

In famiglia si diceva che Rinalda  era  molto bella da giovane, per me lo è sempre stata, anche con l’età avanzata. Lei si fidanzò con mio padre che aveva sedici anni,  si sposarono  in pieno regime fascista.

Mio padre Raffaele era nato 13 ottobre 1906. Aveva già fatto il servizio militare in marina e anche i primi dieci giorni di prigione a Milano per motivi politici che gli procurarono come conseguenza  l’iscrizione per due anni nella lista nera con camorristi, ladri, stupratori, comunisti e anarchici che per il regime erano tutti la stessa cosa: tutti nemici dello stato.

In quel periodo aveva la divisa da tranviere e Rinalda diceva che  “era un uomo affascinante nella sua divisa da bigliettaio” e che “tutti lo notavano al duomo”. Durò poco perché lo licenziarono per via della tessera del partito  fascista che non prese. Dopo la Liberazione con l’aiuto dell’avvocato Cleto Boldrini, partigiano anche lui (nonché l’altro tuo bisnonno da parte di tua madre), fecero ricorso e arrivarono fino in Cassazione ma non ci fu nulla da fare e non rientrò al lavoro dell’azienda trasporti, che aveva dovuto abbandonare per ragioni politiche.

Le poche volte che raccontava, mia madre ricordava quanto era tormentata da quella situazione di perseguitati politici, di quanto fastidio gli davano quelle intrusioni dei fascisti, dell’OVRA la polizia politica, che arrivavano a qualsiasi ora per rovesciare tutta casa alla ricerca di materiale sovversivo che avrebbe dovuto avere mio padre …. Come se un sovversivo in piena lotta clandestina e riconosciuto come tale, fosse stato così cretino da portarsi a casa i volantini, o la stampa comunista, o i libri vietati dal regime. Evidentemente, come diceva lei, era una scusa per tenerli sotto controllo, una velata minaccia agli affetti intimi di una giovane coppia: “… Ma quella soddisfazione io non glie l’ho mai data, quella soddisfazione di farmi vedere sperduta, perche mi presentavo sempre fiera e anche un po’ spavalda, soprattutto quando non c’era tuo padre”.

Mi raccontava che “… da giovane sposa, partivo con tuo padre, senza  che conoscessi la destinazione, mi faceva mettere la propaganda sotto il vestito, poi prendevamo una carrozza per non farci notare e andavamo in stazione ferroviaria. Prendevamo il treno come dei novelli sposini che andavano a far vista ai parenti lontani: cosi mi faceva consegnare il materiale clandestino”.

Ricordava che c’erano stati dei momenti delicati e difficili  per via della carestia, con la miseria e la fame che li mettevano in situazioni particolarmente difficili ”… quando tuo padre mi consegnava rotoli di soldi del  ‘soccorso rosso’ (cosi si chiamavano l’attività messa in campo tra i compagni per mantenere l’attività del partito in clandestinità) mi facevano paura solo tenerli … , a volte erano tanti, ma lui non si fidava di nessuno ed io li tenevo nascosti. Una quantità di danaro che non avrei mai saputo come giustificare, e respiravo solo quando mi diceva che “sarebbero venuti a prendere la merce”, ed io dovevo consegnarli solo a quello indicato da lui!”

Mia madre non raccontava volentieri queste cose, e  il ricordare certi episodi della sua vita le faceva scendere le lacrime agli occhi, era sensibile e molto triste, perché lei non ha mai capito il perché di tanta cattiveria subita dopo la Liberazione, in particolare da alcuni di quei  compagni che, pur sapendo la verità, gli girarono le spalle, tradirono Raffa, il capo, quello che aveva ricostruito il partito, più volte distrutto. Prima del suo arrivo il partito sostanzialmente non esisteva più: lui lo ricostruì e lo portò intatto e forte. Un partito che si presenterà alla scadenza della lotta armata con un’ampia organizzazione clandestina. Un partito così ben organizzato che dovettero riconoscerlo anche quelli del “centro”: non c’era il così detto Gruppo di Maderloni, ma una struttura ampia e radicata, e che quello era il vero partito comunista, organizzato in tutto il territorio provinciale con diramazioni regionali e in diversi punti del Paese.

E’ vero che ci sono stati tanti compagni come Carelli, Grimani, Pelliccia, Caimmi, che si sarebbero fatti ammazzare pur di scagionarlo, ma lei non capiva le  motivazioni di questo tradimento. Rinalda non lascerà solo Raffaele neanche per  un instante, neanche quando  glielo ordinerà il “Partito”. Rispose di no, anche se a chiederlo era stato uno di famiglia. Di questo andava fiera.

Mia madre diede alla luce mio fratello Roberto  nel 1934, piccolissimo conobbe la solitudine per l’assenza del padre che tra gli arresti, il confino all’isola di Ventotene, la macchia durante la clandestinità e la resistenza lo vide poco. Ma sapeva che c’era perché lei glielo ricordava sempre.

Alcuni ricordi la emozionavano particolarmente,  in particolare  quello della manifestazione delle donne per “la pace e il pane”, quanto nel marzo 1943 tutte le donne scesero dai rioni gridando “pane e pace”; avevano con loro i figli, anche piccoli. Lei era tra le organizzatrici ma non doveva stare  in prima fila anche se lì c’era mezza famiglia:  Nella Garbati, sorellastra di mio padre, Maria l’altra sorella, zia Adriana sorella di mia madre, ma poi tante donne organizzate dall’antifascismo che ruotavano attorno a lei, la moglie di Raffa.

Raccontava quell’episodio con orgoglio: “… Non eravamo sole, e quando fermarono le compagne compresa quella  incinta, andammo sotto la prefettura  per farle liberare; non si aspettavano tutta quella furia da parte delle donne”. Il regime stava vacillando, solo dopo qualche mese arriverà il 25 luglio e la caduta del regime fascista con l’arresto di Mussolini … Ma in tanti rimasero male per quell’ampia partecipazione di donne che gridavano e si spaventarono molto.

Non sapeva dove stava suo marito. Lei aveva un cordone umano attorno che gli procurava il necessario per far vivere la famiglia, la sorella più piccola andò a lavorare alla fabbrica di scarpe che il partito aveva costruito, fabbrica che rendeva una discreta entrata utile per la lotta clandestina e la sopravvivenza del partito  e che soprattutto permetteva di far girare i compagni  nella regione, per la consegna delle scarpe  e ovviamente anche del materiale di propaganda antiregime realizzato nel buco della stamperia.

A lei dicevano: “… prendi il treno e scendi a quella stazione, poi prendi un autobus e vai a quel Comune, scendi in piazza e attendi”.  E lei eseguiva le istruzioni senza domandare, cercando di essere sempre puntale, “né un minuto prima né un minuto dopo”. In piazza arrivava qualcuno che la conosceva e gli indicava un’altra strada e poi un portone e poi trovava suo marito. Rimase incinta di mio fratello Uliano e andò sfollata a Loreto, era il 1944, il fronte della guerra  stava passando e si iniziava a respirare aria di libertà.

In quelle condizioni era fermata spesso dalla polizia e dai fascisti che gli domandavano dove fosse suo marito. Lei rispondeva che non lo sapeva ma era evidente che aspettava un bambino così lei con sfrontatezza  rispondeva “c’è la guerra, non lavoro, ho una famiglia e devo arrangiarmi!”

Quando nacque Uliano a Loreto, andò a registrarlo all’ufficio anagrafe e quando dichiarò  il nome  deciso con mio padre, l’impiegato si rifiutò di registrarlo perché si richiamava a Vladimir Ilyich Ulyanov – Lenin. Il fronte non era ancora passato e i fascisti e nazisti erano in circolazione  terrorizzando tutti, per questo quell’impiegato, più per paura che altro, non voleva registrare quel nome.

I racconti fatti da mia madre sulla vicenda ci fecero sempre sorridere: mia madre riferì a un compagno l’accaduto e questo lo fece sapere a mio padre. Appreso dove abitava l’impiegato, il mattino seguente alle prime ore del giorno, mio padre, accompagnato da un compagno armato di fucile mitragliatore, bussò a quella porta e quando gli aprirono, si presentò come il padre del bambino  che doveva chiamarsi Uliano e aggiunse  “senza storie”, poi se ne andarono. Mio fratello fu registrato con il nome di Maderloni Uliano il giorno seguente.

Quando passò il fronte e tornò la libertà, tutto sembrava far rinascere la speranza per una società migliore, si poteva realizzare quel mondo che mio padre sognava, senza sfruttati e senza sfruttatori, finalmente liberi.

Non era ancora liberata tutta l’Italia che l’accusa di quel prefetto legato alla Massoneria, piombò sulla loro testa come un macigno:  un’accusa infamante “a libro paga dei fascisti”.

Non le piaceva ricordare quel periodo anche perché tra gli accusatori c’era suo cognato, e mentre tutta la famiglia e tantissimi compagni gli stavano accanto, sembrava che tutto si sgretolasse. Per giunta mio padre partì con il Corpo Volontari della Libertà e arrivò, combattendo, fino a Bologna, quando ammalato e congedato, fece ritorno a casa.

Qui inizierà la sua personale battaglia  per il riscatto di una vita passata tra sofferenze ed emarginazione. L’accusa era grave e le persone si divisero tra chi stava con Raffa e chi seguiva comunque il Partito.

Raccontava spesso di quando lavoravano alla cucina del Partigiano con le sorelle e della situazione spaventosa che l’accusa provocò anche dal punto di vista economico: s’interruppe il finanziamento del soccorso rosso, gli fecero terra bruciata attorno, a mio padre chiesero indietro perfino la bicicletta che era della Federazione.

“Sai lui aveva tenuto alto il nome di tanti di  quelli che lo accusarono, molti non erano neanche conosciuti dai compagni più giovani, perché quelli se ne andarono via da Ancona e qualcuno addirittura andò all’estero subito dopo la presa del potere da parte del fascismo. Soprattutto quelli che entrarono nell’organizzazione clandestina giovanissimi, avevano conosciuto solo pochi dirigenti tra cui il più importante era tuo padre, stimato per la sua storia personale, gli arresti, il  carcere, il confino …. Ci sono molti episodi che possono essere raccontati  per dimostrare quanto gli volevano bene, come quella volta che lo fermarono  in piazza  del Comune e Umberto Giuliadori (detto l’americà, per via che aveva fatto il portuale in America) si offre di accompagnarlo in questura e loro i fascisti gli dicono “e se lì je menamo?” lui rispose “ ce le dividemo”.

Sì, malgrado molti gli volessero bene,  lo fecero fuori senza pietà.

Era amareggiata e non parlava mai quando a casa nostra arrivavano i compagni e le compagne.

Parlavano per ore di politica e qualche volta anche dei tempi della cospirazione e prima o poi andavano a finire li, alla vecchia storia dell’espulsione dal partito. Erano ancora arrabbiati, in particolare Grimani, che gli aveva fatto la scorta armata durante la resistenza, ripeteva con foga “ te lo avevamo detto di andare su e buttarli tutti dalla finestra, ma tu no,  il Partito risolverà,  il Partito chiarirà …”  Lei preparava il caffè e taceva.

Quell’accusa la colpì molto. Mio padre “stava sul pezzo” leggendo, documentandosi, intervenendo e scrivendo contro nemici e contro diversi della stessa barricata (come gli piaceva ricordare). Lei no, su di lei ricadeva tutto il peso della famiglia:  seguire i figli, trovare le risorse e far quadrare il bilancio, portarci dal dentista era un costo ma mia madre non spendeva nulla per il superfluo per assicurarci tutto il meglio. Non che mio padre non cercasse di fare altrettanto: andava da Vitaliano, un rivenditore all’ingrosso di cianfrusaglie varie, e gli teneva la contabilità.

Soffrivano in modo diverso.

Penso che furono anni tremendi e mia madre è stata capace di tenere unita tutta la famiglia: le sorelle di mio padre e le sorelle di lei erano sempre a casa nostra, una famiglia grande che ha ruotato sempre attorno a lei nel bene e nel male. Tremenda è stata per lei la scomparsa di Valerio, mio cugino, che morì a diciannove anni, così come tremenda è stata la vicenda di Volodia. Le lasciarono una cicatrice profonda, segno di una famiglia intimamente ferita.

Ero piccolo,  erano gli anni 60, quando la casa era invasa da donne, che si mettevano attorno al tavolo della sala e iniziavano a discutere. Tranne  una che non era del quartiere, tutte le altre abitavano  a Vallemiano, erano quelle dell’Unione Donne Italiane. Lei lì che si faceva in quattro per rendere armoniosa la riunione. Lei è stata per molti anni una delle protagoniste dell’organizzazione sia delle feste de L’Unità della sezione “Teodoro Pavoni”, che per delle giornate dell’8 marzo, con la distribuzione della mimosa e della rivista dell’UDI alle donne del quartiere.

Ogni festa in famiglia, il tavolo da lavoro lo trasformava in un grande tavolo da pranzo, e pensare che erano due porte, sistemate su quattro cavalletti, che occupavano tre quarti della mia camera da letto.

Sopra l’armadio erano riposti enormi fastelli di lana, quella pregiata tanto tanto, ma quella più economica emanava un odore che non era allegro dormirci per questo comprarono una libreria che si trasformava in un letto  che sistemarono in sala ed io finalmente potei dormire fuori da quella stanza.

Era stanca, lavorava spesso di notte, io gli preparavo gli aghi infilati, anche settanta- ottanta, il filo lungo il giusto del suo braccio, infilzati nel letto, con il filo teso che lei vedeva subito, così non perdeva tempo.

Era contenta quando la accompagnavo a consegnare il lavoro, una coperta imbottita per un letto matrimoniale pesava molto e non si poteva sciupare  (mio padre non ha mai posseduto una macchina malgrado avesse la patente, preferì comprare la tv, una delle prime a Vallemiano). La gioia e la contentezza quando riceveva i soldi del suo lavoro di alto artigianato, professionalmente elevato tanto che Zannini  gli aveva proposto di aprire un laboratorio e insegnare ad alcune ragazze la tecnica. Mio padre era contrario perché  avrebbe dovuto aprire la partita IVA da libera professionista e diventare un’artigiana. Lei soffrì molto per questa posizione intransigente di mio padre che nessuno comprese appieno se non come un gesto maschilista da capofamiglia.

Quando andava da Peppe, il nostro negoziante di Vallemiano e pagava il conto accumulato nel mese, mi spiegava che la libertà iniziava quando non eri in quel  quaderno.

Me lo spiegò così: quando un giorno le dissi “ mamma ho visto una cosa che vorrei da Sandra (un altro negozio di generi alimentari di Valle Miano) ” lei mi rispose che sarebbe meglio non farlo “perché noi andiamo da Pepe e lui ci fa credito ed io pago alla fine del mese, mi piacerebbe essere libera di andare dove voglio, ma ora non possiamo permettercelo, ma tu renditi libero subito di scegliere dove comprare le cose e per questo dovrai essere economicamente forte e indipendente”. Essere liberi economicamente e poter andare ovunque senza chiedere di “segnare sul conto”.

Aveva imparato a essere prudente, non contraddiceva mai mio padre, ma la sera sentivo che discutevano e mamma teneva il punto. Penso che l’amore per mio padre fosse infinito.

Quando ci portava da Baldoni per le scarpe, un negozio del Piano San Lazzaro, era una festa. Si andava da lui perché ci faceva gli sconti; non ho mai saputo il perché. Diceva che era un compagno, io ho sempre pensato che fosse perché conosceva mio padre. Ovviamente anche lì si faceva a rate.