Intervista a Fabio Mussi / / Matteo Giordano e Tommaso Sasso / / dicembre 16, 2015

Fabio Mussi è stato un dirigente del PCI e poi del PDS e dei DS. Non ha invece condiviso la scelta della fondazione del Partito Democratico, fondando il nuovo soggetto Sinistra Democratica. Con l’obiettivo generale di chiarire meglio la storia della seconda repubblica italiana, questa intervista -che segue ad altre condotte dai curatori a personalità della sinistra italiana- approfondisce alcuni passaggi di questo percorso politico, partendo dagli ultimi anni del PCI.

La crisi che viviamo, avanti tutto di civiltà, ha in qualche misura svelato la reale natura di una dottrina ideologica, quella neoliberista, ai cui assunti di fondo la sinistra, in particolare quella europea, è stata subalterna culturalmente prima ancora che politicamente. Cosa ritieni ci sia stato alla base di questo pressoché totale appiattimento?

Non c’è un singolo momento in cui avviene questa metamorfosi. L’assoggettamento della politica al capitale finanziario avviene per gradi. Bisognerebbe ricostruire l’albero degli eventi, vedendo come a ogni bivio si è preso il ramo sbagliato. All’origine di questa fase storica, che viene chiamata rivoluzione neoliberista, la leadership degli USA è in mano a Reagan, in Europa alla Thatcher. Vengono operati dei cambiamenti profondi del sistema economico, primo tra tutti la libertà di circolazione dei capitali, fino al superamento degli accordi di Bretton Woods. Ma al seguito delle misure che hanno aperto la strada al dominio del capitale finanziario, vanno ricordati diversi altri passaggi. Per esempio, nel 1999, Presidente Clinton, viene abolita la legge Glass-Steagall del 1933, che aveva separato le banche d’affari dalle banche di risparmio. Si è tornati alla banca universale, quella che non distingue più tra risorse ricavate dal risparmio e risorse proprie. La politica economica è interamente volta a costruire il primato della finanza, che diviene un’immensa potenza assolutamente scatenata, che non ha più limiti, contrappesi, controlli, fino alla situazione attuale, in cui circolano nel mondo equivalenti monetari per 920.000 miliardi di dollari. Ogni anno si stima che l’umanità con il suo lavoro produca circa 65.000 miliardi di dollari, dunque siamo a 13-14 volte il PIL mondiale. Di questa immensa massa monetaria 1 unità su 10 è di produzione pubblica, le restanti 9 di produzione privata. Ormai è il capitale finanziario che stabilisce le politiche monetarie ed economiche. E di questa immensa quantità di liquidità ho visto che circa 220.000 miliardi sono le risorse di quella che viene chiamata finanza primaria (azioni, obbligazioni, risparmi), 700.000 miliardi sono invece derivati. Gran parte degli scambi sono High Frequency Trading, ad “alta velocità”: decidono gli algoritmi dei computer. Luciano Gallino ha parlato della velocità degli scambi su Wall Street: 22.000 operazioni al secondo. Attraverso computer guidati da algoritmi le risorse prodotte dal lavoro di grandi masse di persone e vengono trasferite istantaneamente nelle tasche di un’oligarchia, che diversi autori americani si sforzano di definire: super-classe, Signori dell’universo, oligarchia staccata dal resto degli umani… Insomma, ci sono 30 anni in cui questo processo diventa una valanga e incrocia una generazione di leader dell’area democratica e socialista negli anni ’90, Clinton, Blair, Schroeder, D’Alema, i quali si convincono in sostanza che il mercato deve essere assecondato, che la globalizzazione, che ha le sue regole, deve essere per quanto possibile temperata, ma le sue esigenze (lavoro flessibile, bassi salari, fine della forza contrattuale dei sindacati, assoluta libertà dei movimenti dei capitali) non possano che essere soddisfatte. È un processo di degrado intellettuale e politico di quella che una volta che si chiamava sinistra, protagonista in Europa della stagione socialdemocratica. Parlo del grande compromesso tra capitale e lavoro, che aveva portato una legislazione del lavoro evoluta, il riconoscimento di diritti, lo Stato sociale. Si passa dai “Trenta gloriosi” ai Trenta ingloriosi dell’età neoliberista, che ha portato al mondo attuale. Un mondo che appare fuori controllo, ingovernabile, che ha moltiplicato conflitti, guerre, regressioni tribali. È stata dichiarata la fine dell’era delle ideologie. Ebbene, non c’è mai stata un epoca segnata da una produzione ideologica tanto massiccia quanto quella attuale. Una delle dimensioni addirittura divinizzate da questa produzione è, come è noto, il Mercato, che però a ben vedere non esiste. Mi spiego: qual è la principale merce che viene ad oggi scambiata sul mercato?

Il denaro.

Esatto. E cosa dovrebbe determinare il prezzo del denaro nel libero mercato?

I tassi di interesse.

Bene. Ci sono stati degli episodi in questi ultimi anni e mesi, che hanno ricevuto una scarsa eco di stampa, visto che una prima pagina sulla notizia l’ha fatta solo l’Avvenire, giornale dei vescovi. Parlo del fatto che le maggiori banche europee e americane hanno patteggiato multe da miliardi di dollari per aver manipolato i Libor e gli Euribor (cioè i tassi base, da cui dipendono tutti gli altri). Si è concluso presso la Corte americana, con una transazione miliardaria di alcune delle maggiori banche europee e nordamericane, un megaprocesso, in cui l’accusa è manipolazione dei tassi monetari. Un altro è aperto per la manipolazione del prezzo dell’oro e dei valori di cambio delle monete (e ogni giorno nel mondo si scambia moneta per 500 miliardi di dollari). Lascio immaginare che portata abbia una manipolazione del tipo di quella di cui parliamo. Ora, se è una truffa il prezzo al quale viene scambiata la principale tra le merci, la parola mercato assume la forma di una metafora scarsamente fondata. È tutto lecito, compreso affondare interi Paesi agendo sui debiti sovrani. Dopo 7 anni di crisi, la più lunga e profonda del sistema capitalistico, tutti dicono che sono state fatte grandi riforme. A ben vedere, si tratta di meri adattamenti alle esigenze del capitale. Di riforme vere e proprie non ne è stata fatta nemmeno una. In Europa nessuno ha osato fare una riforma che fosse una, per mettere mano al sistema. Nemmeno i Trattati dell’Unione sono stati toccati, nonostante il largo giudizio sulla loro inadeguatezza.

Ricordiamo anche che dopo la crisi del ’29 Roosevelt pone l’aliquota fiscale massima al 90%, vara la legge Glass-Steagall e investe in creazione diretta di occupazione. Quando si cita a sproposito Palme (“Io non combatto la ricchezza, io combatto la povertà”) si dimentica che in Svezia sotto di lui l’aliquota massima era esattamente al 90%. Qual è il messaggio? Che c’è un livello di ricchezza oltre il quale non ti conviene andare, sennò ti levo tutto. È allora che nascono le fondazioni Rockefeller, Guggenheim ecc. perché fare un usa sociale e civile della ricchezza era conveniente.

Tornando a noi: io negli anni ’90 iniziai a nutrire dei dubbi radicali e a fare atti conseguenti. La sinistra si è bevuta la narrazione dominante fino a raggiungere i livelli di autismo attuale.

Ci arriveremo. Per il momento, ti chiediamo dove a tuo avviso affondano le cause della crisi del Partito comunista italiano, che come sappiamo precedono di molti anni la Bolognina.

Penso che con la primavera di Praga si perse un’opportunità pressoché irripetibile. Se non vogliamo farla risalire a Praga penso allora ai fatti di Polonia, a seguito dei quali Berlinguer dichiarò “esaurita la spinta propulsiva delle società dell’Est”. È però una considerazione forte che non comportava un “punto”, ma una “virgola”: dunque? Berlinguer fu frenato da quasi l’intero gruppo dirigente del PCI, dall’ala di destra quanto da quella di sinistra. È vero, il PCI ha fondato la sua forza su un profilo nazionale autonomo, che gli ha dato anche una funzione internazionale di primo piano per un lungo periodo. Quando si arriva alla svolta nell’89, molti sostengono che in virtù di esso era auspicabile un mantenimento del nome e del simbolo, in vista di un suo sviluppo. Ma qualunque cosa si pensi dell’ideale comunista, le parole non significano quel che vogliamo noi, ma ciò che storicamente vogliono dire. Dunque, al netto del modo in cui è stata condotta, la svolta fu necessaria se non tardiva.

Ripercorriamo le diverse evoluzioni del partito, a partire dallo scioglimento del PCI, che sfoceranno poi nella fusione a freddo con La Margherita nel 2007. Quali passaggi, secondo te, hanno rappresentato più di altri una svolta nella progressiva ridefinizione in chiave terzaviista della cultura politica della sinistra italiana? Se ti chiedessimo un bilancio della stagione ’89-2007, cosa ti sentiresti di dire?

È stata una curva discendente. Certo, va tenuto conto del fenomeno Forza Italia, ovvero un populismo proprietario, per molti versi inaspettato. Si tratta di un fenomeno verso il quale fummo impreparati, e che provammo ad arginare con il tormentato primo governo Prodi. Quando Prodi cadde, da Presidente di Gruppo proposi di tornare subito a elezioni con l’Ulivo. Tutt’ora sono convinto che avremmo vinto. La soluzione del governo D’Alema fu anch’essa molto tormentata, dal Kosovo alle privatizzazioni. Il punto di svolta è però, a mio avviso, dopo la sconfitta del 2001. Parlo del Congresso di Pesaro, che elesse Piero Fassino segretario. Presentai insieme ad altri la mozione di minoranza, che metteva in discussione i fondamenti del pensiero neoliberista. Il Congresso adotterà invece Blair come faro, e collocherà gli eredi del PCI alla destra del socialismo europeo. Da lì parte un processo che porterà a quel che è oggi il Partito Democratico.

A questo proposito, veniamo ora a un passaggio che ti costò caro, immaginiamo non solo sul piano politico. Parliamo del tuo voto contrario allo scioglimento dei Democratici di sinistra nel 2007. Ti chiediamo di ripercorrere le ragioni di quella scelta. Quali limiti riscontravi nell’idea, di per sé ambiziosa, di cementare due culture politiche che nel bene e nel male hanno fatto grande l’Italia repubblicana?

Giorni fa ho incontrato un vecchio dirigente della Margherita, al quale ho detto:”vedi, con il governo Prodi eravamo amici in due partiti diversi. Avete voluto per forza diventare nemici nello stesso partito”. All’abbazia di Gargonza, l’anno dopo la vittoria di Prodi, difesi a spada tratta l’idea ulivista, che era un’idea di coesione di culture, di forze che venivano da storie molto diverse. Non ho mai aderito all’idea del partito unico, ma del forte soggetto coalizionale. L’idea dell’Ulivo fu rapidamente smontata e ritornò anni dopo sotto false vesti. Quando mi alzai assieme a una trentina di parlamentari a dire che avrei seguito una strada diversa ero ben consapevole che avrei di certo perso “il posto” (allora ero deputato e ministro). Contestai la base ideale e programmatica su cui nasceva quel partito. Quanto è stato costruito è talmente fragile, sul piano politico, culturale, intellettuale e morale, da poter essere conquistato con grande facilità.

Visto quanto avviene in Portogallo in questi giorni, è d’obbligo una domanda sulla sinistra europea. La nascita di partiti della sinistra cosiddetta “radicale” (a proposito, sei d’accordo con questa definizione?) in quasi tutta l’Europa meridionale deve essere funzionale a un condizionamento positivo di ciò che resta del socialismo europeo, che lo recuperi alla sua funzione, o piuttosto a una contrapposizione che accrediti le formazioni del GUE come forze di governo autonome?

Innanzitutto, chiariamo che radicale non è sinonimo di estremista. A seguito dell”89, ad esempio, penso che avremmo dovuto costruire un partito, dal punto di vista programmatico, più radicale del PCI. A partire dalla questione del millennio, quella ambientale. Nella fase di costruzione dei DS organizzai un’assemblea (ero stato responsabile nell’ultima segreteria del PCI di un Dipartimento chiamato Cultura, ambiente e lavoro), chiamandola “Il rosso e il verde”, pensando che il partito nascente dovesse essere radicalmente ambientalista.

Ora, occasioni perdute a parte, io non dò per perso il socialismo europeo. Perché è vero che è vittima di un incantamento che è durato 20 anni, ma il nome conta, il marchio resta. Una ripresa non è solo possibile, ma anche necessaria, perché se si dà per perso quel mondo tutto il resto assume inevitabilmente caratteri minoritari. Vedo dei segnali positivi in proposito. Penso a Corbyn e al Labour Party. Alcune prese di posizione valgono più di mille parole, prendiamo le dichiarazioni su un tema fondamentale come la guerra. Mi sta particolarmente a cuore perché il mio primo voto massiccio in dissenso in Parlamento avvenne sulla sciagurata e truffaldina avventura in Iraq, gravida di conseguenze nefaste. Quando partirono le truppe italiane per l’Iraq ci fu un’assemblea del Gruppo in cui D’Alema e Fassino proposero di votare a favore o tutt’al più di astenersi. Io ero Presidente di Gruppo, presi la parola e dissi che circa 40 tra i parlamentari presenti, sul tema della guerra, erano pronti ad assumere una posizione autonoma dal partito. Avremmo comunque votato contro.

Ora, non so se Corbyn potrà vincere le elezioni in Gran Bretagna, ma la sua elezione testimonia che qualcosa si muove nella testa delle persone. In Europa, però, non ci sono solo le formazioni di sinistra. C’è una radicalizzazione a destra, siamo su un bilico in cui si rischiano rigurgiti nazionalistici e razzisti. Ma molto si muove anche a sinistra. Quel che succede in Grecia, in Portogallo, in Spagna, e che deve succedere in Italia, cioè la formazione di partiti a sinistra dei vecchi partiti socialisti, è un segno molto interessante che credo possa contribuire a una necessaria, radicale, correzione della posizione della socialdemocrazia. Se guardiamo a ciò che è successo a Madrid e Barcellona, è evidente che costruire alleanze coi socialisti è necessario, ma solo dopo aver acquisito un certo peso.

La sinistra, non da ultima quella italiana, soffre indubbiamente della mancanza di un mito di mobilitazione di massa di cui invece dispone l’avversario, si pensi alla liberazione dell’individuo da ogni tipo di vincolo, alla libera espressione della propria volontà di potenza. Qual è secondo te il terreno su cui provare a costruirne uno capace di dotare la nostra parte della necessaria autonomia?

Quando il povero Marx conclude il suo Manifesto “Proletari di tutto il mondo unitevi”, i proletari erano un modesto gruppo umano concentrato tra Inghilterra, Prussia e Francia. Oggi chi è tecnicamente proletario supera i 2 miliardi e mezzo di persone. Il mito di una unità planetaria del lavoro avrebbe dunque oggi più fondamento che non a metà dell’Ottocento.

Battute a parte, penso che nel binomio libertà e uguaglianza vi sia lo spazio per la costruzione di un nuovo mito fondativo. Intanto perché è lo sviluppo stesso della scienza e della tecnologia che pone la questione della libertà su un piano più complesso e più alto. Lo sviluppo dell’informatica, dell’intelligenza artificiale, della robotica sta cambiando completamente il terreno su cui si discute della libertà umana, oltre che naturalmente il terreno dei diritti fondamentali dell’uomo. Il tema dell’uguaglianza è imprescindibile perché è vero che con la globalizzazione qualche miliardo di persone anziché un dollaro al giorno ne ha due e quelli che muoiono di fame anziché essere due miliardi sono un miliardo, ma la distanza tra gli ultimi e i primi è diventata abissale. Quando il movimenti degli indignati e di Occupy Wall Street contrappongono l’1% al 99% non dicono nulla di infondato, ma qualcosa di confermato dai dati della World Bank.

La tecnologia è un coltello che taglia da ambo i lati. Una volta il mito dei bianchi che vivevano nella ricchezza passava di bocca in bocca tra le popolazioni più arretrate ed isolate, oggi anche loro hanno pur molto limitatamente accesso a Internet. Dal villaggio più sperduto dell’Afghanistan vedono come viviamo. E si incazzano. La questione dello spazio tra libertà e uguaglianza è quella su cui la sinistra deve ricostruire le sue ragioni storiche. La globalizzazione si è costruita, come ha spiegato magistralmente ancora Luciano Gallino, mettendo in concorrenza 500 milioni di lavoratori dei Paesi sviluppati con 1 miliardo e mezzo di lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, riducendo drasticamente la massa salariale e i diritti faticosamente acquisiti. In 20 anni, nei Paesi OCSE, 10 punti di PIL sono passati dal monte salari al profitto e alla rendita. In Italia si tratta di circa 160 miliardi €. A volte mi chiedo a quante Finanziarie corrisponde tutto questo. Ora, l’ideologia dominante è talmente forte che se chiedo 10€ di aumento salariale sono un irresponsabile, così come sono un estremista se chiedo una tassa dello 0,50% sulla proprietà finanziaria. Se riduco i salari, dunque, sono un riformista, se voglio mettere mano alla finanza sono un estremista. È un mondo alla rovescia: a governarlo, oggi, sono gli estremisti, e chi tenta di correggerlo viene additato come sovversivo.



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