giu 24

Caro Guerzoni, ieri ad Assisi ho pensato molto a te.

Caro Guerzoni,

ieri ad Assisi, all’incontro nazionale degli Operatori di Pace, ho pensato molto a te, e al resoconto che ti avrei fatto nella tua stanza.

Ho immaginato quali domande mi avresti fatto: quanti eravate? Quali associazioni erano rappresentate? C’erano giovani? Si è parlato dei giovani? E’ stata fatta una sintesi politica? C’è una prospettiva unitaria e può esserci un ruolo per l’A.N.P.I.?  Sicuramente  me ne avresti fatte tante altre, e non sempre  sarei  stato in grado di risponderti perché la tua curiosità spaziava su terreni ampi.

Il fatto che ieri ti abbia pensato molto non è dato solo dal tema che sarebbe stato sicuramente di tuo interesse, la pace, ma anche perché è già trascorso un anno dall’ultima volta che abbiamo avuto modo di confrontarci, che ho avuto modo di ascoltarti. Quell’ultimo incontro a casa tua, quando già eri ammalato, è rimasto scolpito nella mia mente e non riesco ad andare oltre. Mi pesa essere stato in quella stanza con te a parlare del futuro e tu, pur affaticato, che guardavi al domani, come sempre, come se la tua malattia fosse una parentesi che ti stava tenendo momentaneamente lontano dall’associazione, dalla politica, dai tuoi compagni e dai tuoi impegni.

Due ore indimenticabili che mi richiamano alla prima volta a Macerata, quando al termine della riunione del provinciale mi hai detto “mercoledì vieni a Roma, che ti devo parlare, mangiamo insieme!”

Non ti sei neanche posto la domanda se avessi potuto, hai dato per scontato che io ci sarei stato.

Avevi ragione perché io puntualmente mi sono presentato alla sede nazionale, sono salito al secondo piano e mi sono seduto davanti alla tua scrivania, ti sei acceso una sigaretta e hai iniziato a chiedermi tante cose, su di me, sulla mia esperienza politica, e poi sull’associazione, sulla situazione politica, sulla questione giovanile, sempre presente con le tue curiosità.  Tutte cose che già conoscevi ma che volevi approfondire con me. Poi mi hai detto che io avrei potuto essere utile all’associazione dando “uno sguardo attorno alla tua regione” e che avrei potuto accompagnarti a Rimini la settimana successiva, per Continua a leggere

giu 14

Pubblicato da fiomnotizie il 14 giugno 2018

Non mi vergogno

Quando ho manifestato per Aquarius mi hanno detto di vergognarmi e che dovevo manifestare contro Fornero e Jobsact.

Quando ho manifestato contro Fornero e Job act mi dicevano di vergognarmi e di andare a lavorare e che ero fortunata ad aver un lavoro.

Quando manifestavo per migliorare le condizioni del Lavoro e combattere lo sfruttamento mi dicevano di vergognarmi e di non lamentarmi e che ci sono persone che guadagnano 2 euro l’ora.

Quando manifestavo contro il Caporalato mi dicevano di vergognarmi di pensar alle Donne stuprate.

Quando manifestavo contro la violenza sulle Donne mi dicevano che ben gli stava perché se l’erano cercata.

Quando manifestavo per l’aborto e contro l’obiezione di coscienza mi dicevano di vergognarmi che sono un assassina.

Ci metto tempo, denaro, cuore e viso Sempre.

Perché credo nella Partecipazione, nella Condivisione, nella Solidarietà. Credo che nel mio piccolo, vivo una Condizione Migliore di altri e quindi io debba farmi carico in qualche modo di loro, nell’esigibilità di Diritti Fondamentali.
Io non mi Vergogno!

Pamela Fiorini, delegata VM Cento (Fe)

giu 06

Senato della Repubblica l’intervento della senatrice a vita Liliana SEGRE nel dibattito sulla fiducia

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz. (L’Assemblea si leva in piedi. Vivi e prolungati applausi).

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono Continua a leggere