Caro Guerzoni,

ieri ad Assisi, all’incontro nazionale degli Operatori di Pace, ho pensato molto a te, e al resoconto che ti avrei fatto nella tua stanza.

Ho immaginato quali domande mi avresti fatto: quanti eravate? Quali associazioni erano rappresentate? C’erano giovani? Si è parlato dei giovani? E’ stata fatta una sintesi politica? C’è una prospettiva unitaria e può esserci un ruolo per l’A.N.P.I.?  Sicuramente  me ne avresti fatte tante altre, e non sempre  sarei  stato in grado di risponderti perché la tua curiosità spaziava su terreni ampi.

Il fatto che ieri ti abbia pensato molto non è dato solo dal tema che sarebbe stato sicuramente di tuo interesse, la pace, ma anche perché è già trascorso un anno dall’ultima volta che abbiamo avuto modo di confrontarci, che ho avuto modo di ascoltarti. Quell’ultimo incontro a casa tua, quando già eri ammalato, è rimasto scolpito nella mia mente e non riesco ad andare oltre. Mi pesa essere stato in quella stanza con te a parlare del futuro e tu, pur affaticato, che guardavi al domani, come sempre, come se la tua malattia fosse una parentesi che ti stava tenendo momentaneamente lontano dall’associazione, dalla politica, dai tuoi compagni e dai tuoi impegni.

Due ore indimenticabili che mi richiamano alla prima volta a Macerata, quando al termine della riunione del provinciale mi hai detto “mercoledì vieni a Roma, che ti devo parlare, mangiamo insieme!”

Non ti sei neanche posto la domanda se avessi potuto, hai dato per scontato che io ci sarei stato.

Avevi ragione perché io puntualmente mi sono presentato alla sede nazionale, sono salito al secondo piano e mi sono seduto davanti alla tua scrivania, ti sei acceso una sigaretta e hai iniziato a chiedermi tante cose, su di me, sulla mia esperienza politica, e poi sull’associazione, sulla situazione politica, sulla questione giovanile, sempre presente con le tue curiosità.  Tutte cose che già conoscevi ma che volevi approfondire con me. Poi mi hai detto che io avrei potuto essere utile all’associazione dando “uno sguardo attorno alla tua regione” e che avrei potuto accompagnarti a Rimini la settimana successiva, per un incontro con il Presidente provinciale, perché c’erano dei piccoli problemi da risolvere …. Mi hai portato a pranzo in quel bistrò, vicino alla sede, non eravamo soli, e l’impressione che ho avuto è che l’altro commensale sapeva dove volevi arrivare.

Il periodo era di quelli che richiedono un’attività intensa, non solo per l’organizzazione generale, o per la ristrutturazione di alcuni provinciali e di alcuni coordinamenti regionali, il lavoro con le altre associazioni, il rapporto con i parlamentari e  i  lavori di alcune  commissioni, i rapporti da seguire con l’Archivio di Stato Nazionale  per i faldoni sui partigiani, seguire la Confederazione e progettare il suo sviluppo, l’avvicinarsi del congresso nazionale … ma soprattutto per l’impegno che ci sarebbe stato sulla questione referendaria.

E’ stato il primo di una lunga serie d’incontri, soprattutto di cene, che si svolgevano a Roma: terminato il lavoro, ti avvicinavi alla mia scrivania e mi domandavi “ ma stasera non si cena?” Voleva dire basta. Uscivamo e ci s’incamminava, con quella tua camminata lenta, con quella tua borsetta a tracolla e decidevi sempre tu dove andare, dipendeva da come ti sentivi, se eri stanco o se volevi un luogo dove continuare la discussione.

Per me quelle conversazioni erano lezioni di storia, di cultura, di umanità. Sentivo la forza dei tuoi ragionamenti e, qualche volta, l’amarezza per non essere riusciti in qualche situazione.

Sovente parlavamo dell’associazione, molte volte ci si arrivava parlando di un film, di un commento, di un articolo di giornale.

La tua presenza alle riunioni o alle iniziative era sinonimo di sicurezza, riuscivi sempre a trovare la strada di uscita dalle situazioni anche le più complicate, e guardavi la questione sempre da un punto di vista che a me sembrava straordinario e invidiavo la tua capacità di sintesi soprattutto nello scrivere.

Mi sono ricordato di un episodio: ero rientrato nel mio ufficio dopo averti fatto, come accadeva sempre, la relazione su un’iniziativa complicata per la quale non si riusciva ad arrivare a una giusta soluzione, e tu poco dopo ti sei avvicinato alla mia scrivania e mi hai lasciato un euro. Io ti ho guardato dritto negli occhi e ti ho chiesto il perché di quel gesto e tu mi hai risposto “avevo scommesso che non ci saresti riuscito e visto il risultato pago la scommessa”.  Un grande riconoscimento che ha segnato per sempre il mio stare in questa associazione.

L’austera stanza di Assisi, quei locali pieni di storia e anche di grande vitalità, persone che rappresentano tanti diversi impegni nel volontariato, mi ha fatto ricordare tanti momenti trascorsi insieme, come quello al congresso del provinciale di Roma dove hai portato le tue conclusioni, un intervento magistrale, alto, deciso proiettato al futuro.

Quel tuo dire “ fa niente” che significava andiamo avanti, non possiamo fermarci a questo, era un tuo modo per guardare avanti: volevi segnalare una tua contrarietà sulla questione, ma affermare che era più importante guardare avanti.

                                                    Grazie Luciano

23.06.2018