La forza dell’immagine e la cattiva coscienza.

Si dice che …
Leon Trotsky fu rimosso da una foto con Vladimir Ilic Ulianov (Lenin) da Stalin;
Il leader del partito comunista cinese Bo Gu fu rimosso dalla foto dopo un litigio con Mao;
Mussolini per apparire più grande e imponente, fece rimuovere dalla foto l’addestratrice del cavallo.

Essere perseguitati da un’immagine deve essere una condizione difficile ed estremamente nociva.

Andiamo per ordine: quando ero deputato mi chiesero di tagliare il nastro di inaugurazione della nuova sede di un’importante associazione (di cui tra l’altro ero e sono iscritto), richiesta alla quale ho adempiuto con gratitudine ed orgoglio.

Nel mio paese di quasi 15.000 anime, nel tempo sono stati eletti ben quattro parlamentari di cui tre dello stesso filone politico. Questa cosa mi ha sempre inorgoglito. Invece c’è qualcuno che certe cose non le ha mai digerite.

Della foto del taglio del nastro l’associazione ha ricavato un manifesto che ha poi sistemato lungo il corridoio che porta alla segreteria politica, così che chiunque si recava in quegli uffici doveva obbligatoriamente “incontrarla”.

Dopo dieci anni quella foto è stata rimossa, penso dall’attuale dirigenza politica che per anni ha mal sopportato quella mia foto sorridente alla presenza di altrettanto sorridenti dirigenti e sindaco di allora.

Certo che passarci davanti più volte al giorno potrebbe aver procurato a qualcuno un “travaso di bile”, tormentato al punto che non ce l’ha fatta più e, preso dall’impeto, con il sangue agli occhi, non potendomi rimuovere di persona, si è scagliato contro quella foto e l’ha gettata in cantina.
Ovviamente è una mia supposizione, perché “cuor di leone” non se la sentiva di distruggerla come avrebbe voluto, non poteva farlo per devozione nei confronti degli altri soggetti ritratti nella foto, ancora oggi dirigenti. Quindi sarà stata nascosta e al posto della foto oggi c’è appesa una maglietta rossa …..

Mi ricorda una poesia Bertolt Brecht
La scritta invincibile
(1934)
Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c’è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! Disse il soldato.



Sono convinto che ogni volta che passerà sotto quella maglietta appiccicata al muro gli tornerà in mente il mio viso sorridente e la bile salirà ancora, perché non potrà farci nulla, e odierà quel muro che ancora oggi lo tiene prigioniero di quell’immagine.

La forza dell’immagine e la cattiva coscienza.

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